la sua Africa

L’Africa era per Daniele un luogo di elezione: frequentato, amato, studiato.
Affascinato, nei suoi primi viaggi in Africa, dal deserto e dai suoi abitanti, ha poi frequentato a lungo in particolare alcune regioni del Sahel con i suoi villaggi tuareg, scoperti nel 1997 con Giosué Bolis nel corso di un avventuroso viaggio che fu la prima missione di Les Cultures in Mali e Niger allo scopo di avviare contatti con le comunità locali. Da quell’esperienza, costituito il gruppo di Cooperazione Internazionale di Les Cultures coordinato da Giosué e Daniele, avrebbero poi effettivamente preso l’avvio numerosi progetti di cooperazione basati sulla co-progettazione e sulla valorizzazione delle risorse locali in una prospettiva di rafforzamento delle comunità interessate. Particolarmente sentito da Daniele fu uno dei primi progetti, “Scuole nel deserto” che permise la costruzione a Ekismane, in Niger della prima scuola finanziata da Les Cultures.
Contemporaneamente ai progetti, si sviluppava anche una calda rete di relazioni personali alimentata dai frequenti viaggi di missione in quei luoghi che per Daniele finirono per diventare “casa”. Fino all’infausto 2008, quando un gruppo di Les Cultures composto da Daniele, Giosuè con la moglie e il figlio, Anna Anghileri e Paola Amigoni, fu assalito in pieno deserto da un gruppo di miliziani di Al Queda, e poi fortunatamente rilasciato grazie anche al sangue freddo di Daniele che sostenne per lunghe ore il ruolo di intermediario e traduttore (Daniele avrebbe poi conservato gelosamente, su un piatto con la sabbia del deserto che tanto ha amato, i tre datteri – i “datteri di Al Queda” – ricevuti da uno dei rapitori al momento del congedo).
Si fermarono da allora giocoforza i viaggi in quei luoghi diventati pericolosi, ma non i legami con gli amici lontani. E la nostalgia: mal d’Africa…

Nei suoi viaggi Daniele amava prendere appunti su certi quadernini, da viaggiatore di una volta. Pubblichiamo qui il suo diario del viaggio con Giosué Bolis nel 1997. Il diario si interrompe dopo i primi giorni: il “narratore” sembra aver ceduto, forse alla stanchezza, forse alla forza viva delle esperienze africane…

1997 – Mali

Il viaggio richiede attenzione e energie. Prendere appunti sembra una distrazione inutile. Come in ogni viaggio in un paese sconosciuto, la prima impressione é superficiale, fatta di incomprensione e fastidio. Non si comprendono i meccanismi, le abitudini. L’impatto con l’Africa é duro. Non si ha idea della povertà finché non si arriva in Africa. D’altra parte sembra almeno in parte una povertà indotta, come se il resto del mondo avesse portato in Africa solo il peggio, le proprie immondizie: scatolette, sacchetti di plastica, flaconi, bidoni. Sembra che l’impatto tra la cultura tradizionale e quella “occidentale” distrugga la prima e offra una versione del peggio della seconda. Poi, col passare dei giorni, si comincia a capire.

Per motivi economici, e magari anche un po’ ideologici, viaggiamo come la gente del posto: mezzi pubblici, qualunque cosa sia disponibile. Vediamo passare turisti italiani di Avventure nel Mondo (avventure? Ma non diciamo cazzate!), Kel 12, tantissimi spagnoli, e non ci frega niente dei loro fuoristrada con aria condizionata. Comunque le strade principali sono asfaltate e un fuoristrada é utile come a Milano (e appunto ci sono tanti turisti milanesi).

Bamako, 2-5 agosto 1997

Bamako é terrosa, rossiccia e calda, rumorosa e puzzolente (osservazione da dilettante. Il fatto é che non siamo piu’ abituati agli odori). Arriviamo la sera molto tardi in un aeroporto a prima vista, e anche a seconda vista, microscopico e cadente. In un negozietto miserabile un vecchio la cui mente sembra essere altrove vende bibite. Una specie di taxi, ad essere onesti é un’auto che va a pezzi e si muove per intervento di qualche divinità locale, ci porta alla ricerca di un albergo – prenotare prima di partire ci sembrava un’abitudine da molluschi, o da turisti, il che é lo stesso-. Il primo é sopra una discoteca, il che non promette bene, in una strada buia e piena di buche, e comunque é pieno. Il secondo va meglio: Hotel Lac Debo, normale, modesto hotel africano per africani, con un piccolo e non molto pulito ristorante, il tutto gestito da molte, e molto svogliate, giovani donne. Nella stanza, impianto elettrico approssimativo ma funzionante. Doccia, wc e lavabo producono tutta l’acqua necessaria. C’é anche un ventilatore. Dormiamo placidamente.
La colazione é a base di caffé e latte, pane e burro. Porzioni piu’ abbondanti che in qualsiasi albergo o pensione in Francia o in Italia. Non possiamo lamentarci. Spagnoli arrivati con noi contrattano furiosamente sulla commissione del cambiavalute, che li guarda freddamente e non cede. Comunque é piu’ conveniente delle banche: due per cento invece di quattro.
Tanto per passare il tempo facciamo un breve giro della città, un po’ infastiditi da aspiranti guide che si offrono di aiutarci a trovare stazioni degli autobus, ristoranti, qualsiasi cosa. Ma tanto non abbiamo soldi, tranne un malloppo segreto da portare fino a Timbuctu, e comunque per principio non abbiamo bisogno di nessuno.
L’autobus per Mopti parte dietro la grande moschea alle quattro del pomeriggio, ma chi ci ha venduto i biglietti ci consiglia di presentarci alle tre per sistemare i bagagli. Pranziamo in una “gargotte” – “riz sauce” e omelette- e alle due siamo già alla stazione: sappiamo come vanno le cose, o crediamo di saperlo. L’autobus é in una via laterale terrosa e piena di buche, costeggiata da catapecchie di legno e lamiera. Una di queste é una specie di sala d’aspetto, con tronchi d’albero come sedili. Almeno si sta all’ombra, perché all’aperto il sole é implacabile, l’aria rovente e umida. Il mio cervello bollito registra quasi quaranta gradi all’ombra e un bel po’ di piu’ al sole. Un numero imprecisato di persone (cinquanta, centocinquanta, cinquecento? Impossibile dirlo) é in attesa di partire accanto ad una montagna di bagagli di straordinaria natura: un mobile smontato, mezza dozzina di sedie di metallo e plastica, una sdraio pieghevole, scatoloni ripiegati di cartone unto, materassi arrolotolati, fagotti legati con corde, sacchetti, borse, valige, pneumatici usati, con il battistrada appena visibile. Gran parte di questi bagagli ha un aspetto molto usato. I passeggeri, al contrario, sono dignitosi, tranquilli, sorridenti e eleganti (noi siamo l’eccezione). Molte ragazze graziose, molte bellissime. Due militari, uno in divisa kaki e un altro in tuta mimetica, che accompagnano le loro figlie, tra dieci e quattordici anni, vestite con shorts e maglietta (ma di notte si avvolgeranno la testa con foulard colorati). Uomini e donne attendono tranquillamente che tre robusti ragazzi trovino una sistemazione ai bagagli più ingombranti, compreso un enorme pentolone, sul tetto dell’autobus o nei portabagagli laterali. Naturalmente non é possibile sistemare centinaia di bagagli se non riempiendo anche l’abitacolo.
Colti da ispirazione, o timore, saliamo per primi sull’autobus. Scegliamo due sedili centrali, proprio di fronte all’entrata: scelta che ci consentirà di respirare un po’ d’aria durante il viaggio. Riusciamo a sistemare quasi tutti i bagagli sotto i sedili e a legare uno zaino al telaio del sedile di fronte a noi. Abbiamo due buoni posti e dell’acqua per la notte. Siamo pronti. In fondo sono solo dodici o tredici ore di viaggio.
L’autobus parte con solo mezz’ora di ritardo. Tutti i bagagli sono stati caricati, una buona parte (tra cui i pneumatici) nell’abitacolo.
Le ore trascorrono lentamente. L’autobus attraversa una campagna piatta, microscopici centri abitati. Prima di incroci e villaggi l’autobus rallenta per la presenza di dossi artificiali, “gendarmes” se sono grandi, “fils des gendarmes” se sono piccoli. Tutto questo rallenta non poco il viaggio e spazientisce il viaggiatore europeo, inesperto e quindi impaziente. Quando scende il buio non c’é altro da fare se non cercare di dormire. Il rivestimento dei sedili é di una specie di velluto sintetico lanoso, caldissimo. Lo spazio non consente di allungare le gambe. Nel mio sedile accanto al finestrino posso appoggiare la testa al vetro, usando una salvietta come cuscino. Durante la notte la perdo tre o quattro volte, la cerco a tastoni e trovo i piedi di chi siede dietro di me. “Excuse moi, monsieur, j’ai perdu ….” e non mi ricordo come di dice “salvietta grigia e non troppo pulita, anzi decisamente puzzolente” in francese.

Durante la notte l’autobus sosta in luoghi bui e misteriosi. Non c’é illuminazione elettrica nei villaggi. Ai bordi della strada brillano piccoli fuochi per cucinare, accanto ai quali si radunano le persone. Qualche torcia elettrica si si muove nello spazio buio tra un fuoco e l’altro. Ogni persona di buon senso, qualche soldo e esperienza possiede una torcia elettrica, indispensabile per ritrovare i propri bagagli, cercare il cibo e tornare all’autobus dopo aver pisciato nell’oscurità.
In una sosta notturna ci fermiamo in una specie di mercato. Decine di venditori di acqua, caffé, carne, pollo, frutta, palline di pasta di arachidi assalgono i viaggiatori. Appena arrivati da un mondo schizzinoso, noi ci limitiamo a comprare una Fanta.
Ancora in piena notte, in una località imprecisata, scende il proprietario del mobile e di una montagna di altre masserizie, compreso l’enorme pentolone. Con lui scendono la moglie e due figli piccoli. Li lasciamo nel buio e, per quanto ne sappiamo, nel nulla.
Durante il viaggio si dorme per venti, trenta minuti per volta, poi il caldo, i crampi, il sudore ci svegliano. Poco alla volta l’autobus si svuota e abbiamo dei sedili liberi per allungarci un po’. Arriviamo a Mopti a un’ora imprecisata del mattino, tra le quattro e le cinque ci sembra. I passeggeri vengono lasciati a dormire nell’autobus. Metà di loro, compreso Giosué, russa sonoramente, in tonalità diverse, fino al sorgere del sole. Usciamo dall’autobus con gambe malferme.

Da Mopti a Djenné

La stazione degli autobus di Mopti é un cortile di terra battuta circondato da casupole di fango apparentemente disabitate. In una di esse, un andirivieni furtivo indica l’esistenza di un gabinetto, ridotto all’essenziale di un buco per far defluire i liquidi. Quanto ai solidi, non si sa. Un gruppo di ragazzi con carretti a due ruote attende pazientemente. Tre o quattro persone dormono su stuoie stese per terra. Qualcuno ha appeso una zanzariera. In un angolo un uomo prega inginocchiato. L’aria é giallo pallido, il cielo azzuro chiarissimo, la terra rossa. Fa già caldo.
Ci concediamo il lusso di un carretto per portare i nostri bagagli fino alla Sureté per far vistare i passaporti, procedura obbligatoria. Ma é ancora troppo presto, poco dopo le sei, e l’ufficio apre alle sette e mezzo. Nell’attesa facciamo una ricognizione. La “gare routiére” da cui partono i taxi-brousse per Djenné é il luogo di appostamente di tutte le guide, aspiranti guide, false guide, ragazzi attorno ai vent’anni, insistenti e, nel nostro caso – in fondo siamo le uniche due prede in giro a quest’ora – fastidiosi. Stiamo imparando la pazienza e ci rassegnamo a vederceli intorno e ad essere interrogati, consigliati e avvertiti. Andiamo a bere un té alla Patisserie Le Dogon.
Cominciano e vedersi rari turisti, in coppie, giovani. Vedremo le stesse facce a Djenné. Finalmente riusciamo a farci timbrare il passaporto (solito modulo e soliti 1.000 CFA) e torniamo alla gare routiére. Non ci sono taxi-brousse ma uno scassato pick-up Peugeot con tre panche a ferro di cavallo su cui si siedono, e noi con loro, un numero di persone che non riesco subito a determinare. In dieci si starebbe stretti ma non non meno di sedici adulti e cinque bambini, e bagagli proporzionati al numero di passeggeri. Il viaggio dura oltre tre ore ed é un test di resistenza. Non possiamo muoverci. Siamo schiacciati e raggomitolati. Dopo dieci minuti cominciano i crampi, i dolori alla schiena e alle articolazioni. Di fronte a me la faccia di Giosué si contorce in smorfie di sofferenza. É seduto tra due vecchie ossute che sembrano infastidite dalla sua presenza e arricciano il naso come se fossero costrette a condividere il viaggio con un cammello. Io sono più fortunato: sono schiacciato tra due giovani madri, molto più morbide ma incuranti della mia presenza e con una spiccata tendenza ad avvicinarsi tra di loro e a occupare il mio spazio. I loro bambini mi guardano ad occhi spalancati. Li capisco, si trovano di fronte un essere straordinario: bianchiccio, sudaticcio, discretamente polveroso, con l’aria di chi sta per svenire, privo delle minime virtù fisiche e morali per affrontare un viaggio da nulla come questo. Condivido silenziosamente con loro il mio senso di inferiorità per tutte le ore del viaggio.
Il tormento termina al traghetto, pochi chilometri prima di Djenné. Scendiamo per consentire alle auto di salire. Per raggiungere il traghetto i passeggeri guadano nell’acqua bassa per pochi metri , con automatico lavaggio di piedi nell’acqua fangosa e, rispetto alla temperatura dell’aria, fresca. Un vero lusso.

Djenné

Pur essendo la stagione delle piogge non c’é molta acqua. Il fiume é basso. Si viene a Djenné per il mercato del lunedi, avvenimento commercialmente rilevante e attrazione turistica. Ci fermiamo a dormire da “Chez Baba”. É economico, non si mangia male, si puo’ dormire sul tetto dove di notte c’é vento e la temperatura scende sotto i trenta gradi. Nella stanza, dove ci sono trentaquattro gradi stabili, si lasciano i bagagli. Doccia con catino e bottiglia d’acqua. Non ci manca nulla.
Nel cortile lunghi tavoli e un frigorifero nell’angolo alleviano le fatiche e consentono di ingollare litri di qualsiasi bevanda, purché fresca. Guide locali si aggirano come cani da pastore a guardia del gregge. Il mercato si dispiega, colorato e rumoroso, nella grande piazza di fronte alla moschea. Centinaia, o forse migliaia, di persone vendono e comprano, si salutano, si parlano in lingue che non capiamo. Mucchi di pesci secchi e frutta, stoffe, detersivi, vegetali a noi misteriosi, recipienti tradizionali e secchi di plastica cinesi. Il commercio é dominato dalle donne, che nessuno puo’ imbrogliare e che ci guardano sospettose: siamo bianchi e quindi infidi e inaffidabili, propensi a fotografare senza permesso.
La moschea é imponente, in “banco”, ricostruita nel 1920. L’ingresso é proibito ai non musulmani. Inutile descriverla. Bisogna vederla, fotografarla, annusarla.
Saliamo sul tetto di una casa per fotografare il mercato e la moschea. Due ragazzini ci seguono. Il padrone della casa insiste per essere pagato. Grosse lucertole rosse e verdi corrono sui muri. Al pomeriggio ci spostiamo in una delle vie che escono dal mercato e si dirigono verso la savana circostante. Cosi si osservano meglio i carri trainati da buoi e carichi di persone che tornano ai loro villaggi, a una vita di cui non sapremo mai nulla e che sembra affondare nel tempo dei nostri antenati africani.
Anche molti turisti se ne vanno. La sera ceniamo all’aperto (couscous con salsa) e poi dormiamo sul tetto di Chez Baba. É una serata ventilata e fresca, al massimo trenta gradi. Cielo limpido e stellato.
La mattina dopo cerchiamo un passaggio per tornare a Mopti. Degli italiani hanno affittato una 504 che va a pezzi ma, in qualche modo, si muove. Siamo in nove e il viaggio é lento e bollente. Percorriamo i centoventi chilometri che ci separano da Mopti in tre ore, una buona media locale.

Da Mopti a Timbuctu

Arriviamo a Mopti verso la una e cominciamo subito a cercare una pinasse (grande piroga da carico) che ci porti a Timbuctu. Il porto é, ai nostri occhi inesperti, un caos infernale. Centinaia di persone vendono qualsiasi cosa possa avere un valore commerciale vero o presunto o un utilizzo pratico: pesci secchi e affumicati (neri e molto odorosi), cesti, recipienti di plastica, erbe, bastoncini per pulirsi i denti, cose sembrano larve, bottiglie vuote, sacchetti di pillole gialle e rosse.
Al porto sono ferme decine di pinasse, alcune vuote, altre piene di merci, altre che vengono caricate in quel momento. Il caldo é atroce. Il porto di Mopti é una stretta insenatura circondata dal mercato e dietro, file di magazzini, il tutto animato da migliaia di persone vocianti. Incontriamo due ragazzi che Giosué aveva conosciuto a Timbuctu l’inverno precedente. Con il loro aiuto prendiamo accordi per salire su una pinasse che dovrebbe partire alle sei di sera. Paghiamo in anticipo, come si usa in Africa, il che espone a qualche imbroglio (ma neanche tanti, e in fondo non piu che altrove). Compriamo cibi essenziali (siamo diventati piuttosto austeri nei gusti): pane, acqua, arachidi, formaggini, marmellata, sufficienti per tre-quattro giorni (ma il tempo é flessibile da queste parti). Inganniamo l’attesa la Bar Bozo, ritrovo preferito dei turisti ma che ha il vantaggio di essere in cima a un piccolo promontorio su un lato del porto. Al bar incontriamo gli italiani che ci hanno dato un passaggio per Djenné.
La pinasse che sarebbe dovuta partire alle sei non parte, e nessuno cerca di spiegarcene il motivo. Facciamo appena in tempo a salire a bordo che ci fanno scendere. Ne prenderemo un’altra che partirà alle cinque del mattino successivo. Andiamo a vederla: é grande e stracarica di sacchi di miglio e di manghi. Il padrone della pinasse (o forse é solo il “capitano”) ha un’aria infida e indolente. Torniamo alle dieci di sera per prendere il nostro posto (e risparmiare sull’albergo). Nel buio assoluto scavalchiamo o incespichiamo nei corpî di decine di persone che dormono. Nessuno si lamenta, siamo considerati una pestilenza di poco conto. Troviamo un angolo tra il miglio e i manghi. Mi approprio di una coperta (non so perché, ci saranno piu di trenta gradi) che subito dopo dovro’ restiture a una donna, la proprietaria di buona parte dei sacchi di mango su cui siedo. Giosué ha il suo posto accanto a me, ma sui sacchi di miglio, piu comodi, quasi ergonomici. Arrivano anche un spagnolo di mezza età, un prete di nome Paco Garcia, e il suo compagno di viaggio, Ibu, un pittore senegalese di circa trent’anni. Paco Garcia brontola per gran parte della notte per la scomodità del suo materasso di manghi. I miei forse sono piu maturi e mi sento abbastanza comodo. Alle sei del mattino, quando c’é un po’ di luce, la pinasse parte lentamente. Il motore é in un pozzetto tre metri dietro di noi. É un mostro arrugginito e puzzolente che sputa rabbioso olio e gas di scarico, vibra e ruggisce senza sosta. Quando il vento é sfavorevole i gas entrano nella pinasse e galleggiano sotto il tetto a volta, fatto di stuoie legate. L’odore si mescola a quello di una quarantina di corpi sudati (i nostri non temono la competizione. Non mi ricordo l’ultima volta che siamo lavati), manghi schiacciati, ciotole di riso.
C’é una cucina sulla pinasse, verso prua, un pozzetto perennemente invaso da un palmo di acqua fetida dove si cucina su un bracere con alte gambe. La specialità dell’imbarcazione sembra essere un riso cosi’ puzzolente che non abbiamo il coraggio di assaggiarlo. Forse il fatto di essere cotto nell’acqua del Niger non gli fa bene. Ce lo offrono una prima volta e con una certa vergogna, dopo averlo annusato, lo riversiamo discretamente nel fiume, approfittando del buio. Gli altri pasti, piu educatamente, li rifiutiamo. Peccato, erano compresi nel prezzo.
Dopô meno di due ore di viaggio la piansse accosta alla riva e si ferma. Qualcuno ci spiega che deve attendere dei ritardatari, funzionari governativi che si occupano di un progetto maliano-tedesco a Dirré. Avrebbero dovuto presentarsi alle sei a Mopti ma non si sono visti. Finalmente ripartiamo. La barca procede lentamente. Non capisco se siamo sul corso principale del Niger o in uno dei canali secondari. Questa zona é come un immenso delta interno, dalla geografia complicatissima. A tratti si vedono sulla riva gruppi di capanne e case di fango, villaggi per noi senza nome, mandrie di vacche dalle lunghe corna. É la stagione delle pioggie ma il paesaggio appare arido e polveroso. Il fiume é color nocciola con una sfumatura rossiccia. Durante la prima giornata ci esercitiamo a fare numerosi sonnellini, unico rimedio contro il caldo. Poco alla volta impariamo a conoscere i nostri vicini di posto. Alla mia destra siede la signora dei manghi, riservata con noi e capace di chiacchierare e ridere per ore con le altre donne, elegante e profumata, grassa e graziosa. Con calligrafia elegante scrive il suo nome e indirizzo sul mio taccuino: Madame Daffé Malou Daffé, Affaire Sociale, Mopti. Dietro di me Paco Garcia e Ibu. Alla mia sinistra Giosué e un vecchio che sembra semi-cieco. Dorme quasi sempre, ha un vaso da notte di plastica blu per pisciare, mangia pochissimo. A un certo punto del viaggio compera una zampa di capra, secca o affumicata, che infila tra le canne del tetto. Due o tre volte al giorno la cerca tastando con la mano e ne strappa coi denti piccoli pezzi filamentosi. Dopo un giorno la zampa comincia puzzare, ma anche noi non siamo da meno, e quindi la cosa non ci infastidisce troppo. Dietro Giosué altre due donne che chiacchierano quasi senza sosta. Una, la piu loquace e anch’essa proprietaria di alcuni sacchi di manghi, si impadronisce poco a poco del nostro spazio vitale. Si sdraia di traverso, appoggia i piedi sui nostri cuscini (i nostri sacchi ricoperti da una salvietta di colore e odore sospetti). É una lotta silenziosa per la sopravvivenza. Approfittiamo di un suo attimo di distrazione per rioccupare i nostri due metri quadrati.
Un uomo con due bambini ci spiega che la maggior parte del carico é destinata a Dirré per un progetto maliano-tedesco (quello dei funzionari ritardatari). Sotto lo strato superiore di sacchi di miglio e manghi, borse e valige, la pinasse é carica di carretti di legno smontati, lunghi tubi di pvc per irrigazione.
Il viaggio é lento. Il “capitano” sembra un perditempo. Pensavamo che la pinasse viaggiasse anche di notte, invece ogni sera alle sette accosta alla riva e si ferma. Cosi arriveremo a Timbuctu in quattro giorni. Sviluppo una certa antipatia per questo tipo, e anche per la cuoca, giovane e attarente ma che, diciamolo, cucina da schifo. L’odore del cibo che cuoce ricorda un cane morto da tre giorni. Per fortuna abbiamo il nostro pane (croccante alla partenza e ora molle e gommoso), i formaggini e la marmellata. Considerato che ogni giorno compriamo dalle donne anche un mango a testa (100 CFA) non ci manca nulla: é quasi come una crociera sul fiume, cibo sano e frutti tropicali. Con le nostre preziose sei bottiglie d’acqua ci laviamo anche la faccia, inzuppando un angolo della salvietta.
Pisciare é una faccenda un po’ più complessa. La “toilette” é rappresentata da alcune aperture sul fondo della barca situate oltre il pozzetto del motore, a poppa. Ma non si possono raggiungere dall’interno. Bisogna camminare sul bordo della pinasse, largo quattro-cinque centimetri, aggrappandosi con le mani al tetto di paglia. Si scavalca il tubo di scappamento del motore, rovente, e si arriva al “gabinetto”. Ci vuole buona mira e molta disinvoltura perché il luogo é ben visibile da tutti i passeggeri, anche se non ci fanno caso. Grazie al caldo e alla sudorazione, una-due spedizioni al giorno sono sufficienti. Poi si aspetta che la pinasse accosti per la notte.

Fotografare é difficile. C’é poca luce sotto la copertura di paglia. Faccio una foto di gruppo alle venditrici di manghi, che accettano volentieri e approfitano dell’occasione per riderci in faccia. Credo pensino siamo dei fanulloni che non hanno niente di meglio da fare che risalire il fiume Niger, niente da vendere, niente da comprare, dei parassiti le cui mogli, a casa, si spezzano schiena allevando figli, trasportando acqua e vendendo manghi al mercato.

Arriviamo a Dirré nella tarda mattinata del terzo giorno. Le operazioni di scarico di sacchi, tubi, carretti e merci varie durano parecchie ore. La pinasse si svuota lentamente. Piroghe vanno e vengono. Il piccolo porto sul fiume é un forno. Paco Garcia é impaziente e va alla ricerca di un’auto per coprire l’ultimo tratto fino a Timbuctu. Se aspettiamo la partenza della pinasse dovremo passare almeno un altro giorno a Dirré. Paco si avventura sotto il sole con una tanica da cinque litri di plastica a righe bianche e blu. Cammina lunghi passi. É basso e robusto, sporco e sudato, con gli occhiali e un ciuffo di capelli che gli cade sugli occhi. É l’unico che durante il viaggio ha fatto il bagno nel Niger, completo di costume da bagno, sguazzando e nuotando come se fosse sulla costa spagnola, mentre i passengeri della pinasse lo guardavano inorriditi, come aspettassero di vederlo morire da un momento all’altro. Ma niente da fare, a quanto pare i preti spagnoli hanno la pelle dura.

Paco trova un giudice itinerante che, terminato il suo giro, sta per tornare a Timbuctu. Ha un pick-up Toyota in eccellenti condizioni e ci dà volentieri un passaggio. Il capitano della piansse sembra infastidito dalla nostra partenza. Ci dice che a Timbuctu deve mostrarci la pinasse che ci riporterà indietro il lunedi successivo. Non ci sembra necessario, perché abbiamo il nome della barca, che naturalment abbiamo pagato in anticipo. Il viaggio andata e ritorno ci é costato una cifra almeno sette o otto volte superiore a quello dei passeggeri normali, normale sovrapprezzo per il colore sbagliato della pelle. Ma abbiamo un vero biglietto andata e ritorno, con, sul retro, adeguate istruzioni per chi di dovrà riportare a Mopti: “Le 5/8/97. Adresser Boucader Ticambo, pinassier sur Tomboutctou, au compte de Almany Kantao. Améner le deux blancs à Mopti. Transport payé ici à Mopti ».

Il viaggio in auto per Timbuctu inizia bene. La pista sabbiosa é scorrevole e si viaggia velocemente attraverso la savana, seduti nel cassone del pick-up. A circa dieci chilometri da Timbuctu l’auto buca e, guarda caso, non ha ruota di scorta. Il sole é tramontato da un pezzo. Lontano si vedono le luci della torre dell’aereoporto di Timbuctu. Ma siamo fortunati: dopo circa un’ora passa un camion e ci dà l’ultimo passaggio. Arriviamo cosi’ a Timbuctu col buio, come clandestini, senza vedere niente. Almeno per me, Timbuctu é ancora un mistero.

La città si rivela la mattina presto. Timbuctu é sabbiosa, e dalla sabbia chiara spuntano migliaia di parallelepipedi di un marrone grigiastro. Porte di legno con decorazioni metalliche in stile mediorientale decorano le case piu’ abbienti. Agli angoli delle strade, costruzioni a forma di cupola, alte circa di metri: forni per cuocere il pane. Solo la strada che conduce all’aerporto é asfaltata, il resto é una griglia di vie di sabbia indurita dal passaggio di uomini e e veicoli. Andiamo alla ricerca del nostro contatto, che Giosué ha conosciuto mesi prima al ritorno dalla caravana di Taoudenni. Ci metto un po’ a imparare il nome per intero: Mohamed Salah Soultan, detto Alphadi. Non lo troviamo, ma incontriamo la sorella. Alphadi é andato a Araouane e tornerà tra un’ora, ci dice (Tornerà dopo ventiquattro ore, e ci sembra una normale approssimazione temporale. Un’ora, ventiquattro: cosa cambia davvero?). Intanto la sorella ci ospita nella sua casa dal pavimento di sabbia finissima. Oziamo, beviamo té e qualcosa che sembra acqua, spezie e farina di miglio. Ci sono trentaquattro gradi all’ombra. Di notte dormiamo sul tetto. Il mattino successivo, al ritorno di Alphadi, ci trasferiamo a casa sua. Cominciamo a discutere del progetto di costruzione della scuola di Araouane. Alphadi ha un preventivo dettagliato. Al pomeriggio incontriamo i membri dell’Associazione per la rinascita di Araouane, una trentina di uomini che, con nostro grande imbarazzo, ci appaludono e ci ringraziano. Ma non ho fatto niente, vorrei dire. Finalmente ci liberiamo dei soldi nascosti e li diamo a Alphadi. Non resta che aspettare. La scuola verrà costruita nei mesi successivi.
Dobbiamo documentare il viaggio, fotografare e filmare. Ci alziamo quando sorge il sole, verso le sei, e usciamo. In poco piu’ di due ore facciamo due cose memorabili: incontriamo la ragazza piu’ bella del mondo e quasi ci facciamo arrestare. La ragazza appare da una via laterale, vestita di rosso e oro, con un acconciatura a treccine e il viso spruzzato di pailettes d’oro. É alta e magra. Ci guarda e sorride, ma come si fa quando si incontrano degli animali curiosi. Siamo piuttosto malconci, non trppo puliti, non troppo pettinati, con la barba lunga. Rimaniamo immobili come scimmie sorprese. La ragazza sparisce dietro un angolo e non la vedremo piu’. Mezz’ora dopo

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